News: Vi ricordate Rush? Noi vi diciamo come vive
(Categoria: Attualità)
Inviato da Max
lunedì 02 luglio 2012 - 21:06 28


Ian James Rush è nato il 20 ottobre 1961 a Flint, nel Flintshire, Galles del Nord. Attaccante longilineo, alto 1,80, ha debuttato con il Chester City, dal 1980 ha giocato con il Liverpool con cui ha vinto tutto, poi è stato un anno nella Juventus (nel 87-88)



per lui ancora Liverpool fino al 1996, quindi Leeds, Newcastle, Sheffield, Wrexham. Ha chiuso la carriera in Australia, nel Sydney Olympic, nel 2000. Con la Nazionale del Galles, ha sommato 73 presenze con 28 reti. In totale, ha messo a segno 384 reti in 828 gare.
Anfield Road - Come riuscivi a farti largo nelle aree di rigore affollate? gli chiedono i ragazzini che incontra nei suoi giri del mondo, quale Soccer Schools Ambassador del Liverpool. «Ho imparato da bambino, a casa: eravamo dieci fratelli, io ero il penultimo, erano tutti alti e grossi: c'era molto più spazio nelle difese avversarie che a casa, ve lo assicuro». Ian Rush ha imparato eccome a farsi largo, lasciandosi alle spalle una roba come 400 gol segnati dall’Europa all’Australia, dove chiuse la carriera a 39 anni. Oggi ha superato egregiamente i cinquanta, i capelli neri e folti sono diventati più radi e brizzolati, ma gli occhi chiari e quel profilo da rapace conservano il fascino di sempre. Mancano, rispetto all'attaccante filiforme che mandava in estasi Anfield Road trent’anni fa, soltanto i baffi, che Ian non si fa più crescere: quello erano un marchio di fabbrica, come i gol. E quando ha dato un taglio, è stato per sempre: gli avevano persino proposto di giocare un preliminare di Champions, a 44 anni, per battere record improbabili. No grazie, ha risposto, ho già dato. 

Racconta e parla del suo calcio ai bambini che incontra, nelle scuole calcio del Liverpool ma anche nei centri di formazione della Welsh FA, la Federazione calcio del Galles, la sua terra, dove è stato inserito nella Hall of Fame, il paradiso in terra degli sportivi. Che cosa avresti fatto se non fossi stato un calciatore? gli chiedono estasiati quando si trovano davanti un Membro dell'Impero Britannico, MBE come si dice laggiù: «Non lo so, ma di sicuro qualcosa all’aperto, stare in ufficio non è mai piaciuto», tantomeno in acciaieria, dove il padre si bruciava la pelle e i polmoni per mantenerli tutti, sei maschi e quattro femmine. 

Sposato con Tracy, ha due figli, Jonathan e Daniel: il primo nel 2009 ha debuttato nella Premier gallese, nei Cefn Druids, e ha fatto notizia solo per il nome sulla maglia. Ian è stato anche opinionista Tv, e un anno anche manager del Chester City, la sua prima squadra da giocatore: ha capito presto che non era la sua strada e ha mollato. Da lì era partito, quando Bob Paisley, guru del Liverpool, l’erede di Bill Shankly, lo aveva chiamato per portarlo a Liverpool, lui dichiarato tifoso dell’Everton: «Ma sappi che il primo anno ci odierai». Infatti dopo un anno, raccontò Ian, stava per tornare a Chester: era il Liverpool di Dalglish, e lui non vedeva il campo, tantomeno la porta. Paisley lo prese di petto: «Devi essere egoista, non devi pensare ad altro che alla palla e a buttarla dentro». Assimilato il concetto, il secondo anno segnò 30 reti in 49 partite e fu l’inizio di Rush la leggenda. Ha scritto due biografie, la prima si intitola “Il mio diario italiano”: dedicata all’avventura disgraziata alla Juve, anno 1987-1988. Eppure aveva avuto la benedizione di John Charles, gallese come lui: «E’ più bravo di me». Ma era la Juve incompleta di Marchesi, fresca orfana di Platini, e lui rimase estraneo a tutto, filosofia, schemi, affetto, applausi e gol, appena sette in campionato. Da noi lo ricordiamo come un fallimento, lui invece non ha avuto che parole di miele per Agnelli e Boniperti, anche se nel nome di una provvidenziale infezione non cominciò la seconda stagione italiana ma si rifugiò a Flint, il suo villaggio, implorando e ottenendo che gli emissari bianconeri lo lasciassero tornare a casa: non ci furono lacrime d’addio. 

I bambini cantano ancora il coro che Anfield gli riservò al ritorno a Liverpool: «Rushie is back». E quando va in campo, spiega come si fa, con l’entusiasmo di sempre: «I ragazzi devono abituarsi alla palla che gonfia la rete, deve essere una visione abituale per loro: per questo, i primi allenamenti glieli faccio fare senza portiere. Devono segnare, segnare e segnare ancora». Ma tu come facevi? le domande alla Soccer School. «E’ istinto, soprattutto. Ma all’istinto da allenare». E racconta ciò che gli ripeteva Bob Paisley, quando la rete non si voleva gonfiare: «Se in area pensi a ciò che devi fare, sei già in ritardo». Ma chi sei, Ian? «Sono un grande lavoratore. molto rispettoso. e un cannoniere» risponde ancora. Rushie is back, e non è più andato via.
Tratto dal sito del Corriere dello Sport



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