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News: The sixties – Riflessi della memoria (parte seconda)
(Categoria: L'opinione degli "altri")
Inviato da Domenico
domenica 04 gennaio 2015 - 07:11 52


Io, piccolo, pendevo dalle sue labbra e noi (lui ed io), avevamo sempre nomi di giocatori dell’Inter. E`stato lui a narrarmi le gesta che oggi conosco a menadito, soprattutto per averle riviste, della grande Inter che non tornera` piu` (una mezza cit. Liguabue, Radio Freccia). Quell’Inter creata da Angelo Moratti, un uomo che ebbe una intuizione di business



non comune comprando credo in USA macchinari di raffinazione, smontandoli per trasportarli e rimontandoli in Italia. Divento` il maggior raffinatore di greggio d’Europa e ricchissimo.  
 
Con quel talento ci mise anche troppo a vincere con la squadra comprata come regalo a sua moglie Emilia, di origine svizzera e tifosissima dell’Inter. E comunque ce la fece, mettendo in piedi un modello che tutti in Italia hanno poi ripreso. Il primo esempio di organizzazione manageriale applicata al calcio, con un grande dirigente, Italo Allodi ed un allenatore esotico, Helenio Herrera, che cambio` per sempre le metodologie di gestione ed allenamento dei calciatori in Italia. La via del professionismo, cosi` come lo conosciamo oggi. 
 
L’Inter di quegli anni,come la Juventus dopo (piu`o meno), governava le dinamiche di mercato attraverso Allodi e Moratti e la loro rete di influenza. Si dice che pagassero il Cagliari perche` tenesse Riva e non lo facesse andare dai gobbi. Ed erano riusciti a comprare le perla nera Eusebio, che avrebbe garantito altri trionfi. Acquisto bloccato dalla chiusura delle frontiere, fortemente caldeggiata da Umberto Agnelli, non tanto per rinvigorire la pedata italica dopo il disastro con la Corea del Nord, quanto per bloccare gli storici rivali meneghini ed invertire il corso degli eventi. Vi riuscirono. 
 
Allodi in un secondo momento ando` ad organizzare la Juve, che poi sfocio` in quella trapattoniana del decennio successivo. Persino il modello Juve quindi non e` azzardato pensare origini dal modello dell’Inter Morattiana dei sixties. Suoi, dunque, di questo ragazzino, i miei racconti di formazione, viste con i suoi giovani occhi le prodezze della grande Inter. 
 
La finale con il Real madrid di Puskas e Di Stefano, Il goal leggendario di Mazzola con il Vasas, quando continuava a scartarli tutti e non tirava mai. La rimonta dopo il 3-1 fuori casa con il Liverpool, la punizione a foglia morta di Mariolino, il sinistro di Dio, l'astuzia di Peiro` nel sottrarre il pallone al portiere inglese. Il goal di Facchetti, il nostro capitan futuro all’epoca, quello vero in campo e fuori era Armando Picchi. 
 
Racconti di un calcio italico ed eroico, fatto di difesa impenetrabile, sofferenza e mortifero contropiede. So tutto e li ho visti un miliardo di volte, tanto che mi sembra di averli vissuti ma in realta` cosi non e`. Fotogrammi, cartoline di un mondo che correva a 100 all’ora ed in verticale trasformazione. 
 
Quello e`stato il mio imprinting nerazzurro, molto piu` che con mio padre, anche egli tifoso, di cui ricordo le accese discussioni calcistiche con il mio padrino, milanista, e qualche santione durante le poche partite trasmesse in un polveroso black and white dall’unico canale televisivo disponibile e ricevibile all’epoca, il primo canale, poi ribattezzato Rai uno. 
 
Sono nato negli anni sessanta ma essi mi appartengono come un ricordo quasi documentaristico, e normalmente mi generano quel languore, un senso di incompletezza dato dal non aver potuto partecipare, come ho scritto prima, attivamente ed intensamente agli accadimenti di quell’epoca. Si, forse noi siamo nati tutti troppo tardi. Sorgevano la beat generation, gli hippies e la contestazione. Si innescavano quei processi che avrebbero cambiato la societa`, i costumi, il mondo. Il primo uomo mise piede sulla luna. Noi piccoli, testimoni inconsapevoli. 
 
Una “generazione di mezzo” perennemente in ritardo e sempre in bilico tra passato e futuro, con quella senzazione di spiazzamento,  di sentirsi sempre ed ovunque fuori posto che non ci molla mai, proprio mai.
 
 
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